ATTENZIONE: VOGLIONO FERMARE L’AMBIENTALISMO CON LO SPREAD
In preda al panico per le continue evoluzioni del famigerato spread, gli italiani si sono dimenticati di quelli che sono, e che devono rimanere, i beni fondamentali del nostro Paese, la nostra vera ricchezza, tutelata dall’articolo 9 della Costituzione: i beni culturali e paesaggistici, e, più in generale, l’ambiente che li racchiude. Nevrotizzati dalle manovre dei misteriosi burattinai della speculazione finanziaria internazionale, ci siamo ormai rassegnati all’idea che, per salvarci dal fallimento, dobbiamo a tutti i costi “crescere”, cioè produrre di più, obiettivo quanto mai assurdo se si pensa che la nostra società trabocca di beni in buona parte inutili, se non addirittura dannosi. Quante altre automobili dovremmo accumulare nelle strade delle nostre città? Quanti altri rifiuti dovremmo produrre e incenerire? Quanti altri televisori, frigoriferi e caffettiere elettriche dovremmo ficcare nelle nostre case?
L’aspetto più assurdo di tutta la vicenda, comunque, è rappresentato dalla “cura” che il governo dei banchieri ci ha propinato: un diluvio di tasse, di balzelli e di bollette - sufficiente, per loro stessa ammissione, a mandare in recessione il Paese - e la prosecuzione a oltranza nella politica dei tagli alle spese pubbliche produttive, lasciando però intatti gli sprechi, le ruberie della corruzione, i privilegi faraonici della Casta. Pompei cade a pezzi, le Cinque Terre franano, ma in compenso si vuole a tutti i costi sprecare somme stratosferiche per costruire un gigantesco ponte proprio su quello che è stato l’epicentro di uno degli eventi più catastrofici del XX secolo, il terremoto di Messina e di Reggio Calabria.
La tutela e la cura dei nostri beni culturali e ambientali è essenziale per un Paese come l’Italia, detentore di oltre il 70 per cento dei beni culturali del mondo intero. Se c’è un business, nell’intero pianeta, che non conosce crisi, quello è il turismo. Se sapessimo amministrare il nostro patrimonio a dovere, saremmo il primo Paese del mondo nelle statistiche del turismo. Invece siamo finiti al quinto posto, in coda alla Spagna e alla Cina, alle prese con lo spread e con un debito pubblico di 1900 miliardi di euro. Un debito che ci costa ogni anno il pagamento di 70 miliardi di interessi. Se si pensa che la recente manovra “lacrime e sangue” del governo Monti raccoglierà, se tutto andrà bene, 30 miliardi di euro, occorre porsi due domande: che senso ha avuto il massacro sociale causato da questa manovra, e dove mai troveremo le risorse occorrenti per il corretto mantenimento del nostro patrimonio culturale e ambientale.
Oltre ai dilemmi economico-finanziari, sono in atto altri, e altrettanto gravi, fattori di rischio e di pericolo per l’integrità di questo patrimonio. In nome della “crescita”, dell’occupazione, dello sviluppo a tutti i costi, è in atto da tempo una perniciosa deriva: accusare l’ambientalismo di essere un ostacolo allo sviluppo, e dunque alla creazione dell’indispensabile occupazione.
Il Tar della Toscana, e poi il Consiglio di Stato, hanno imposto il fermo all’inceneritore di Scarlino, riconosciuto al di là di ogni dubbio come una fonte micidiale di inquinamento del territorio. C’è stata una sollevazione dei poteri costituiti, naturalmente in nome della difesa dei posti di lavoro. Si finge di ignorare che la salute pubblica è prioritaria rispetto ai pur necessari posti di lavoro, né si pensa che la valorizzazione degli ingentissimi beni culturali e ambientali dell’area che si vuole avvelenare incenerendo rifiuti sarebbe ben più salutare, più economicamente produttiva e di gran lunga maggiormente in grado di produrre occupazione. Chi riesce a farglielo capire è bravo.
Un altro fattore di crisi che minaccia la missione ambientalista è la crisi della giustizia, dovuta a carenze di organici, di mezzi, e forse anche di buona volontà. E’ noto che negli archivi dei tribunali giacciono, ferme per anni, milioni di cause penali e civili. Quante di queste pratiche riguardano reati contro l’ambiente, il paesaggio, i beni archeologici? Una vera festa, per i barbari del cemento, per i corrotti, per le mafie dei rifiuti tossici, per le cricche di ogni tipo.
E che dire della scuola? Sarebbe l’ultima speranza che ci rimane: quella di cominciare a invertire la rotta, di ripartire dai fondamentali, di creare nelle giovani generazioni acculturazione e sensibilità verso i beni che farebbero dell’Italia uno dei paesi più ammirati e più ricchi del mondo.
Un tempo, a scuola, si insegnava educazione civica. L’hanno abolita, e non ci pensano nemmeno a ripristinarla. Potrebbe nuocere all’occupazione.
Michele Scola, presidente della Sezione di Grosseto di Italia Nostra